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Testimonianze

Claudio, un uomo che è morto vivo

Il ricordo del diacono Claudio Valletti, morto il 6 febbraio 2026: la vocazione condivisa con Clara, la musica, il Perù, la malattia vissuta da affidato.

Riccardo Benotti, membro del Consiglio pastorale, e Maria Benotti, catechista
Il diacono Claudio Valletti e la moglie Clara in un brindisi di festa

di Riccardo Benotti, membro del Consiglio pastorale, e Maria Benotti, catechista

Ci sono persone che non si presentano mai da sole. E Claudio non arrivava mai senza Clara. O, meglio, era Claudio-e-Clara. Un’unica parola, un’unica storia, una vocazione condivisa fino in fondo. Lo aveva detto lui stesso, con una semplicità che non cercava effetti: “Il diaconato è un ministero del servizio, ma soprattutto della coppia”. In quella frase c’era la loro vita.

Abbiamo conosciuto Claudio negli ultimi anni, non all’inizio del cammino, ma nel tempo della maturità e della prova. Il nostro primo incontro vero, però, non è stato in parrocchia né in un contesto formale. È stato a casa sua, a tavola. Una cena preparata da lui: calzoni fatti in casa, pizza napoletana, salsicce e friarielli. Lì, davanti a quella tavola semplice e generosa, il burbero si è sciolto. O forse era sempre stato così, e bisognava solo sedersi per capirlo. In quel gesto c’era già molto della sua idea di Chiesa: concreta, ospitale, senza sovrastrutture.

Perché Claudio aveva un carattere spigoloso, a volte ruvido. All’inizio poteva sembrare distante. Ma sotto quella scorza c’era un cuore grande, capace di ascolto vero, non di cortesia. Un uomo che prendeva sul serio le persone, le domande, la Chiesa. E che continuava a pensarla, la Chiesa, anche quando il corpo cominciava a cedere.

La sua idea di diaconato non era mai clericale. Il diacono, diceva, non è “per l’altare”, ma ponte tra la Chiesa e il mondo. Per questo aveva portato il Vangelo anche nel suo ambiente lavorativo, creando un gruppo di preghiera tra colleghi.

Aveva cominciato giovanissimo, nell’animazione giovanile, e non aveva mai smesso. Con la chitarra in mano, animando la messa come un modo di stare davanti a Dio e con gli altri. La musica, per lui, non era ornamento: era partecipazione, era comunità che prende voce. Con questo spirito era stato in missione in Perù, la sua seconda casa, insieme a Clara.

Poi c’è stata la malattia. Dieci anni di convivenza. Senza retorica, senza disperazione, senza trasformarla in identità. Se ne parlava apertamente, ma con naturalezza. La malattia c’era, ma non occupava il centro. Claudio era affidato. E questo si vedeva. Continuava a vivere la sua vocazione “nella maniera più normale possibile”, come diceva lui. Forse è questo il tratto più vero della sua testimonianza: una normalità abitata da Dio.

La festa per i cinquant’anni di matrimonio racconta molto. Non una celebrazione formale, ma un momento vero: le persone a cui Claudio e Clara volevano bene e che volevano bene a loro. C’erano i ragazzi di quando aveva iniziato a fare animazione, ormai adulti. In quella sala si vedeva una vita intera, e si capiva che quella coppia non aveva solo resistito al tempo: lo aveva attraversato restando fedele a ciò che era fin dall’inizio. L’ultima volta che ci siamo visti, circa una settimana prima che tornasse alla casa del Padre, Claudio era vivo. Vivo davvero. Non stava aspettando la morte da morto, ma aspettava la morte da vivo. Abbiamo parlato, discusso, abbiamo fatto arrabbiare Clara.

Nessuna scena di commiato, nessuna parola definitiva. C’era la vita, tutta intera. Con il carattere, le convinzioni, la passione. Claudio non si era ritirato. Non si era spento prima del tempo. Claudio è morto da vivo.

Claudio, un uomo che è morto vivo
Un momento delle esequie in una Chiesa colma di amici e parrocchiani.

Così se n’è andato. Combattendo la buona battaglia fino alla fine. Senza clamore, senza parole consegnate come testamento. Se n’è andato dentro la sua quotidianità, come aveva vissuto tutto: presente, affidato, essenziale.

Claudio non ha mai cercato di insegnare nulla. Eppure, ha insegnato molto. Che la fede si può vivere insieme. Che la vocazione non divide la vita, ma la custodisce. Che si può attraversare la fragilità senza perdere la propria umanità. Che si può restare nella Chiesa senza smettere di pensarla, di amarla, di desiderarla più vera.

Ci sono testimoni che non fanno rumore. Ma quando se ne vanno, la comunità se ne accorge. Perché lasciano un vuoto che non è solo affettivo: è un vuoto di presenza e di musica. Claudio è stato questo. E lo è stato sempre insieme a Clara, senza bisogno di dirlo.

E forse, lassù, il dialogo è andato più o meno così:

  • «Sor Pietro, posso entrà?»

  • «Entra, Claudiè. Er core tuo lo conosciamo già».

Che la terra ti sia lieve, Claudio. A Dio.

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