L’Iran e la guerra che non doveva esserci
Dal 28 febbraio il Medio Oriente brucia. Usa e Israele contro l'Iran, la Guida suprema uccisa, lo Stretto di Hormuz in fiamme. Leone XIV chiede pace. La Chiesa italiana prega e digiuna

di Riccardo Benotti
Ci sono momenti nella storia in cui le parole sembrano impotenti. E poi c'è una voce che non si rassegna a tacere.
Il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato un'operazione militare su larga scala contro l'Iran. Dopo settimane di tensione e trattative difficili sul nucleare, l'attacco ha portato all'uccisione della Guida suprema Ali Khamenei. Il prezzo del gas è schizzato al rialzo di quasi il 40%, le Borse europee hanno bruciato oltre 300 miliardi. Il fronte libanese si è riaperto, lo Stretto di Hormuz è diventato una linea di fuoco. L'Iran ha preso di mira le sedi diplomatiche americane nel Golfo, con missili sull'ambasciata a Riad e droni sul consolato di Dubai. Il Medio Oriente brucia. E stavolta le fiamme rischiano di non fermarsi ai confini della regione.
Meno di 36 ore dopo i primi bombardamenti, Papa Leone XIV ha preso la parola all'Angelus in piazza San Pietro: "Seguo con profonda preoccupazione quanto sta accadendo in Medio Oriente e in Iran in queste ore drammatiche. La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche né con le armi che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile". Il tono non era solo pastorale. Era politico nel senso più alto del termine: un richiamo alla responsabilità delle nazioni davanti alla storia.
Una voce fuori dal coro
Leone XIV è il primo Papa statunitense. Non ha citato direttamente gli Stati Uniti né Trump. Ma il riferimento era inequivocabile. Mentre il Papa pregava perché le nazioni scegliessero la via del dialogo e della diplomazia, alla Casa Bianca un gruppo di pastori evangelici pregava per il presidente, affinché Dio gli desse la forza di guidare la nazione. Due preghiere. Due visioni del mondo inconciliabili.

Dalla finestra del Palazzo Apostolico, con il volto teso, il Papa ha detto che la guerra "rischia di far cadere in oblio la sofferenza quotidiana della popolazione, specialmente a Gaza e negli altri territori dove l'urgenza di un adeguato sostegno umanitario si fa sempre più pressante". E ha aggiunto il monito che resta impresso: "Nessuna vittoria armata potrà compensare il dolore delle madri, la paura dei bambini, il futuro rubato".
Non è ingenuità politica. Il Papa ha affrontato il tema della guerra oltre 150 volte nei primi nove mesi di pontificato. È una linea coerente, tracciata fin dal primo saluto dalla Loggia centrale l'8 maggio 2025: "La pace sia con tutti voi". Dal Libano, durante il suo primo viaggio apostolico, aveva detto: "Le armi uccidono, la trattativa, la mediazione e il dialogo edificano". Al Colosseo, all'evento "Osare la pace" della Comunità di Sant'Egidio, aveva gridato: "Solo la pace è santa. Basta guerre con i loro cumuli di morti, basta!". E ancora: "Guai a chi cerca di trascinare Dio nel prendere parte alle guerre".
La preghiera della Chiesa italiana
La Chiesa italiana non è rimasta a guardare. La Conferenza episcopale italiana ha indetto per il 13 marzo una Giornata di preghiera e digiuno per la pace, nel pieno della Quaresima, chiedendo che la logica della forza venga fermata dalla via della diplomazia e che il fragore delle armi non soffochi la dignità e le legittime aspirazioni dei popoli. Migliaia di comunità in tutta la penisola si sono fermate. Hanno digiunato. Hanno pregato insieme, con la messa, la Via Crucis, il silenzio.
Non era un gesto simbolico. Era un atto di fede nella forza di ciò che non si vede: che il mondo può cambiare, che la storia non è condannata a ripetere le sue stragi, che un'altra logica è possibile. Era il gesto di chi crede davvero che la preghiera non sia l'ultima risorsa quando tutto il resto fallisce, ma la prima — quella che orienta e sostiene tutto il resto. La Cei lo ha detto con parole semplici e profonde: l'unica vera origine di questa solidarietà cristiana risiede "nella speranza che viene da Dio".
Leone XIV lo ha scritto nel messaggio per la Giornata mondiale della pace: la deterrenza militare incarna "l'irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza". Nel 2024 le spese militari mondiali hanno raggiunto i 2.718 miliardi di dollari. Un record. E la tendenza non si ferma. La risposta della Chiesa a tutto questo non è impotenza. È dignità. È la scelta di opporre alla logica della forza la logica del Vangelo.
I cristiani lo sanno da duemila anni: la preghiera non è evasione. È resistenza. È il modo in cui chi non ha eserciti tiene in piedi il mondo. Il 13 marzo lo abbiamo fatto insieme. Continuiamo a farlo. Con più convinzione di prima.



